È ormai chiaro quanto le politiche volte alla definizione di una dieta salutare e corretta abbiano un ruolo sempre più importante e delle ricadute più ampie di quello che si potrebbe pensare. Inoltre, i consumi alimentari delle diverse popolazioni, andrebbero riconsiderati anche in termini di sviluppo sostenibile. I cambiamenti climatici e la crescita della popolazione mondiale, impongono di lavorare a soluzioni nuove che permettano ai consumatori di avere accesso a cibo sicuro e sostenibile dal punto di vista ambientale. Troppo a lungo infatti, si è assistito alla separazione di discipline quali l’agricoltura, l’ecologia, la nutrizione e la salute, con il risultato che numerose questioni che abbracciano più discipline contemporaneamente, devono ancora essere risolte.
A questo proposito va ricordato ad esempio che produrre alimenti sia per l’uomo che per l’animale, comporta sempre l’emissione di gas climateranti, che vengono prodotti a tutti i livelli, a partire dalle coltivazioni agricole, passando per la distribuzione al consumatore dei prodotti alimentari, fino alla gestione dei rifiuti finali. Ulteriori emissioni di gas serra derivano dalla deforestazione per la conversione dei terreni in campi agricoli, dallo sfruttamento eccessivo dei pascoli. Come conseguenza di tutto ciò, le emissioni direttamente ricollegabili all’agricoltura sono in continuo aumento. Attualmente l’agricoltura contribuisce all’emissione di gas a effetto serrra in misura pari al 30%.
Accanto alle produzioni agricole, va ricordato che anche il settore dell’allevamento contribuisce fortemente alle emissioni di gas a effetto serra, come ad esempio il metano e l’ossido nitrico. Il contributo dato dagli allevamenti è estremamente rilevante e va considerato accanto alle raccomandazioni in campo nutrizionale, circa i benefici della riduzione (nelle popolazioni dei paesi occidentali) dell’introito di proteine derivanti dalla carne, che invece andrebbero aumentate nei paesi poveri. Stando alle raccomandazioni del Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro, il consumo di carne andrebbe contenuto entro i 500 g a settimana. A livello globale, un quantitativo medio pari a 90 g al giorno (poco più di 600 g), sembrerebbe invece la quantità desiderabile per evitare l’aumento nella produzione dei gas a effetto serra derivante dagli allevamenti. Gli alimenti di origine animale rappresentano la fonte principale di grassi saturi della dieta umana, il cui consumo eccessivo è stato associato ad una maggiore propensione a sviluppare malattie cardiovascolari. Esiste inoltre la preoccupazione che un consumo eccessivo di carni rosse e derivati (salumi, carne in scatola, ecc.) si associ ad una maggiore propensione a sviluppare alcuni tipi di tumore.
Per diversi milioni di persone che vivono nei paesi più poveri, gli animali da allevamento rappresentano spesso una risorsa cruciale. È quindi importante ricordare che le indicazioni per ridurre i consumi di carne si riferiscono alle popolazioni occidentali, che attualmente ne consumano quantità eccessive. In queste ultime, è importante stimolare una variazione dei consumi che comporti una sostituzione delle proteine animali (carne, latticini e derivati) con quelle vegetali (come quelle dei cereali e dei legumi, che in combinazione offrono un set di aminoacidi totalmente confrontabile a quello delle proteine della carne). In particolare, poiché spesso le popolazioni occidentali consumano una quantità eccessiva di calorie, in buona parte basterebbe ridurre semplicemente la quota di prodotti animali senza sostituirli con altri alimenti. Oltre a non essere realistico, non è attualmente considerato indispensabile eliminare per intero i prodotti di origine animale, né per questioni ambientali, né per migliorare lo stato di salute della popolazione occidentale. Quest’argomento è tutt’altro che intuitivo e la semplice sostituzione di proteine animali con quelle vegetali potrebbe non rivelarsi sufficienti. L’argomento si presta quindi ad ulteriori approfondimenti scientifici.
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