lunedì 27 settembre 2010

La misura delle apolipoproteine come miglior parametro per stimare il rischio cardiovascolare

Da qualche tempo ho iniziato ad occuparmi di apolipoproteine, che rappresentano la porzione proteica delle lipoproteine, le più comuni sono le VLDL (Very high density lipoproteins), LDL (Low density lipoproteins, note anche come colesterolo “cattivo”) e HDL (High density lipoprotein, il colesterolo “buono”). Sempre più dati vanno accumulandosi in favore dell’utilizzo delle apolipoproteine nei test di routine per indagare la presenza di fattori di rischio cardiovascolare. Tradizionalmente infatti, un buon indice di rischio è rappresentato dalla misura del colesterolo totale diviso il colesterolo HDL (quello “buono”): un rapporto superiore a 4,5 viene considerato sinonimo di aumentato rischio cardiovascolare. La valutazione invece delle apolipoproteine, in particolare dell’ApoB (presente nel colesterolo “cattivo”) e dell’ApoA-I (presente nell’HDL), parrebbe essere associata ad una maggiore probabilità di individuare soggetti a rischio cardiovascolare, rispetto alle analisi più tradizionali. Il rapporto ApoB/ApoA-I sembra infatti essere un predittore più accurato, dato che un elevato valore di questo parametro si associa fortemente non soltanto al rischio cardiovascolare generico, ma sembra essere addirittura un predittore valido anche dell’infarto fatale, cosa che non si verifica invece nel caso del colesterolo tout court. Altre manifestazioni cliniche associate ad elevati livelli del rapporto ApoB/ApoA-I comprendono l’obesità e la sindrome metabolica. Inoltre, la misura delle apolipoproteine può essere effettuata anche nel soggetto non digiuno, il che facilita maggiormente le cose. Al momento sto valutando quali alimenti sono fortemente associati a livelli elevati di questo rapporto: vi terrò aggiornati sui miei risultati svedesi nei post futuri! Per chi volessere leggere una buona review sull’argomento, consiglio: Walldius G and Jungner I (2006), J. Int. Med. 259: 493-519.

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